
Lunedì 13 febbraio la IV edizione del “Mese della Memoria 2012 - suoni, domande, storie e parole”, organizzato dall’associazione “I Presidi del Libro” in diverse città pugliesi per ricordare le vittime della Shoah, ha fatto tappa a Conversano, presso la “Casa delle Arti”.
In programma la proiezione della pellicola “L’estate di Aviya” di Ely Cohen tratta dall’omonimo romanzo semiautobiografico di Gila Almagor, anche interprete del film vincitore dell’Orso d’argento al festival di Berlino nell’89, preceduta dalla presentazione del giornalista Giancarlo Visitilli e dal commento di Marta Teitelbaum, docente di lingua ebraica presso l’Ateneo di Amiens e appassionata di cinema.
Il film, ambientato nell’estate del ’51 in un piccolo villaggio israeliano, ruota attorno a due personaggi femminili: Aviya,una bambina di 10 anni che ha appena terminato la sua esperienza in collegio, costretta a convivere con lo scherno dei suoi coetanei, e sua madre Henya, sopravvissuta alla Shoah e reduce dal ricovero in un ospedale psichiatrico, guardata con sospetto.
Una pellicola che preferisce affrontare il tema del complicato “ritorno alla normalità” nel neonato stato di Israele dopo la tragedia dell’Olocausto, mostrandone solo le cicatrici sulla gente comune. Un film in cui, come sottolinea Marta Teitelbaum, emergono suggestioni e influenze di due grandi scrittori come Amos Oz e Singer, prediligendo le microstorie e i drammi personali, nel rispetto della tendenza del cinema israeliano che solo a partire dagli anni ’80 ha cominciato a narrare le sofferenze individuali figlie della grande tragedia collettiva di trent’anni prima, già esternate per la prima volta con il processo Eichmann nel ’61.
È proprio attraverso il cinema che negli ultimi vent’anni, anche grazie a investimenti importanti, storie di vita quotidiana, di problemi sociali e di difficoltà di convivenza fra gruppi etnici diversi hanno cominciato a varcare i confini di Israele. E in questo “L’estate di Aviya” rappresenta sicuramente un capostipite del genere, paragonato da Giancarlo Visitilli ad alcuni capolavori del nostro neorealismo come “Roma città aperta” di Rossellini e “La Ciociara” di De Sica, capace di offrire uno spaccato piuttosto fedele della società israeliana dell’epoca e di farne emergere tutte le contraddizioni generate dalle disparità sociali, etniche e generazionali.
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