
Nell'ex convento di Santa Chiara a Conversano si è tenuta l'inaugurazione della mostra fotografica intitolata "La Palestina sono io"-Una voce dal campo profughi in Libano, aperta fino al 9 novembre.
Le venticinque fotografie raffigurano rituali di festa, case palestinesi distrutte, soldatesse israeliane, murales per la pace, mercati arabi, insediamenti colonici, aiuti umanitari, moschee e anziani vicino al muro del pianto.
La presentazione inizia con un breve saluto da parte di Anna Emanuela Locaputo, presidente dell'associazione Venti di Scambio, che ha collaborato, per questo progetto con: ass Alma Terra, Officina dell'Arte, ass. Per la Pace e Comune di Conversano. La parola,successivamente, viene ceduta a Olga di Ulania Arte Sud (associazione artistica romana che collabora con varie associazioni libanesi, per portare la maggior parte dei ragazzi fuori dai campi profughi, per poter esprimere la loro arte) che molto semplicemente riassume la situazione della Palestina, dal 1945 ad oggi, che vede ridotto al massimo il suo territorio e che sopravvive senza alcun diritto nè politico, nè civile, creando una situazione drammatica per la popolazione, prigioniera della propria terra.
La serata, poi, prosegue grazie ai racconti del professor Abdullah Barekeh, che subito elogia le bellezze dell'Italia (o quel che non è crollato). Le sue parole sono parole semplici, forse piene di speranza nel cercare un punto di incontro per vivere una vita più serena in Palestina. Serenità che non esiste più già da molto tempo a causa dei Sionisti, che da sessantatre anni non riconoscono lo stato di Palesiona, oggi ridotto al 23 % del territorio originario. "Perché gli israeliani non fanno patti con noi?" si chiede, dopo aver elencato ciò che manca nei campi per i profughi palestinesi: acqua, igiene, luce, pulizia, diritti umani istruzione pubblica, che viene soppiantata da quella privata che costa troppo ed è inutile, soprattutto perché dopo non c'è diritto al lavoro.
"Tutte queste mancanza portano, quindi, al fanatismo" dice, "che non fa bene a nessuno!". Abdullah Barekeh vive da quindici anni in Svezia, con piena cittadinanza e libertà; gira il mondo, raccontando la situazione della sua terra; illustra; racconta e soprattutto spera in un futuro migliore fatto di diritti e libertà per tutti, ma soprattutto per la sua terra di Palestina.
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