
Dopo due anni dal sequestro a Conversano, fermati quattro uomini.
Concorso in ricettazione di merce contraffatta e falsificazione dei marchi: con queste accuse, su disposizione del Gip del Tribunale di Bari, sono state eseguite, nella mattinata di oggi, quattro ordinanze di custodia cautelare (ai domiciliari), richieste dalla Procura del capoluogo barese. Ad eseguire i provvedimenti i militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Monopoli.
I quattro soggetti sono: ALESSANDRO C., detto Dino, 40 anni, residente a Bari (Japigia); NICOLA C., 42 anni, residente a Casamassima; GIOVANNI C., 43 anni, residente a Noci; GIUSEPPE P., 41 anni, residente a Bari (Loseto). Altre quattro persone, due napoletane e due baresi, sono indagate.
Un mercato parallelo di grandi marche (HOGAN, NIKE, MONCLER, BLAUER, REFRIGEWEAR, WALT DISNEY). Un’organizzazione capillare di compra-vendita di scarpe e abbigliamento griffati in grado di soddisfare qualsiasi tipo di esigenza del cliente: dal colore al modello dell’articolo, perfettamente imitato. Una contraffazione talmente curata nei dettagli che risulta davvero difficile, anche per gli esperti del settore, distinguere i capi sequestrati – oltre 20mila nel corso dell’indagine - da quelli originali.
L’inchiesta avviata due anni fa prende le mosse da un sequestro di abbigliamento contraffatto a Conversano. I soggetti coinvolti vengono sottoposti a intercettazione e attraverso le loro conversazioni i militari della Guardia di Finanza, coordinati dalla Procura di Bari, vengono a capo di un’organizzazione capillare di produzione, commercializzazione e vendita di scarpe e giubbini contraffatti.
L’indagine ha permesso di scoprire che i fratelli Nicola ed Alessando Cirulli risultavano essere fra i maggiori fornitori dei rivenditori “al dettaglio” operanti a Bari e provincia. I due Cirulli, a loro volta, acquistavano la merce da due “grossisti” baresi specializzati: Giuseppe Pupillo per le scarpe Hogan e Nike, Giovanni Colucci per i giubbini Moncler, Blauer, Refrigewear. Questi ultimi, come in una sorta di piramide commerciale degna delle più grandi holding del settore, si soprattutto dal mercato campano, dove l’arte della contraffazione è a livelli sofisticatissimi: qui vengono create vere e proprie società distributrici di articoli di moda che esistono solo sulla carta e che si servono di corrieri ufficiali che trasportano la merce contraffatta con bolle di accompagnamento in grado anche di eludere i controlli della Guardia di Finanza. Il rifornimento dal mercato cinese, invece, da qualche tempo era stato emarginato dagli indagati baresi a causa dei continui sequestri che proprio
Veri e propri esperti di vendita si sono rivelati gli indagati baresi, in grado di offrire alla propria clientela gli ultimi modelli e i colori alla moda delle varie marche. Operazioni commerciali a bassissimo rischio per gli organizzatori: poche rimanenze “in magazzino” (ovvero i box, seminterrati, appartamenti adibiti anche a veri e propri bazar per la vendita al dettaglio dove l’acquirente viene ricevuto quasi sempre per appuntamento) e ordinazioni al momento. Una catena di rifornimento che funzionava alla perfezione e che non subiva contraccolpi neppure quando l’azione sistematica e incisiva dei finanzieri portava a continui sequestri non solo della merce, ma anche delle autovetture.
I continui colpi inferti dalla Guardia di Finanza avevano, però, indotto gli organizzatori a rivedere le proprie strategie commerciali: auto e locali (da adibire all’attività illecita) venivano intestati a persone insospettabili, schede telefoniche venivano cambiate quotidianamente, ma anche l’acquisto e la vendita dei prodotti veniva effettuata attraverso un catalogo di foto confezionato ad hoc dai fornitori sia campani sia baresi.
Un mercato difficile da stroncare non solo per la capacità delinquenziale di chi vi opera a livelli di professionalità elevatissima, ma anche per l’enorme domanda di articoli con griffe false che viene dai cittadini – di varia estrazione sociale - disposti ad alimentare tale mercato illecito, forse persino nella inconsapevolezza del grave danno prodotto ad uno dei più fiorenti settori dell’economia nazionale. La crisi economica, poi, ha giocato a favore di chi fa di questa attività illecita un business di inimmaginabili proporzioni.
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